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Il lutto non ha misura

La psicologa Brigitte Greif: il lutto è un sentimento del tutto normale ed è necessario per superare il dolore
Il lutto è una reazione del tutto normale a una serie di eventi: una malattia, la fine di una relazione, la perdita del lavoro e, naturalmente, la perdita di una persona cara. E il lutto è sempre diverso. Ognuno lo vive a modo proprio e non esiste un modo giusto o sbagliato di elaborarlo, né un limite di tempo prestabilito. Il lutto è necessario per elaborare un’esperienza di perdita e poter tornare alla vita. Come la morte, anche il lutto è ancora oggi un tabù: la nostra società fatica ad accettarlo in tutte le sue sfaccettature. Un colloquio con Brigitte Greif, psico-oncologa presso l’ospedale di Merano.

Come si manifesta il lutto? O meglio: come può manifestarsi, dato che ogni persona lo vive in modo diverso?

Brigitte Greif: Nei primi momenti si esprime spesso come una profonda tristezza, un senso di vuoto, un intenso dolore interiore. Può però manifestarsi anche attraverso rabbia, dolori fisici, perdita dell’appetito, agitazione, insonnia o mancanza di energie. Gli esami di risonanza magnetica hanno mostrato che il dolore psicologico e il lutto vengono elaborati dal cervello in modo molto simile al dolore fisico.

Il lutto non è soltanto un sentimento negativo...

Brigitte Greif: No. Come tutte le emozioni, anche il lutto ha un significato. Ci aiuta a elaborare una perdita, ci conduce verso le questioni che contano davvero e ci permette di crescere.

Non esiste un solo tipo di lutto.

Brigitte Greif: È vero. Il lutto è sempre diverso, ognuno lo vive a modo suo e proprio per questo nell'affrontarlo non esistono approcci giusti o sbagliati. Ci sono persone che diventano completamente apatiche, altre che sviluppano un’attività frenetica. Nel lutto tutto è permesso: piangere, arrabbiarsi, chiudersi nel silenzio. E soprattutto il lutto non segue uno schema né una tabella di marcia, e questo può suscitare incomprensione in una società orientata alla prestazione, alla produttività, alla velocità e all’efficienza. Eppure è così importante fermarsi e chiedersi: di quale sostegno ho bisogno? Che cosa può consolarmi? Che cosa sta accadendo dentro di me? Molte persone non sanno come comportarsi con chi è in lutto. Si sentono insicure e cercano di mascherarlo con frasi fatte come: «Passerà», «Guarda avanti». Ma tutto questo è tutt’altro che utile. Sarebbe meglio dire apertamente: «Non trovo le parole, ma sono qui per te».

Il lutto è spesso accompagnato da sensi di colpa. Anche nei bambini.

Brigitte Greif: È vero. Ma, come dicevo, ogni emozione ha il suo posto. Anche i sensi di colpa possono avere una funzione: possono aiutarci a mantenere un legame, a non perdere il contatto con la persona scomparsa. Possono aiutarci a mettere ordine dentro di noi. Sentirsi in colpa non significa necessariamente essere colpevoli. In ogni caso, però, questi sentimenti devono essere superati. Se rimangono, possono creare blocchi interiori e paralizzarci.

I bambini vivono il lutto in modo diverso dagli adulti?

Brigitte Greif: Sì. I bambini vivono il lutto in modo più discontinuo. Possono piangere e un attimo dopo tornare a giocare con entusiasmo. Vivono il dolore a momenti e hanno il diritto di essere sostenuti in questo percorso. Hanno bisogno di spiegazioni, di vicinanza, di verità, ma adatte alla loro età. Hanno bisogno di rituali. Possono lasciare volare un palloncino durante il funerale oppure fare un disegno. Possono vedere che anche noi adulti piangiamo, ma non devono essere trasformati in consolatori degli adulti. Un’attenzione particolare è necessaria quando un genitore muore, ad esempio a causa di una malattia. I bambini devono essere preparati a ciò che accadrà, altrimenti potrebbero trarre conclusioni errate, come: «La mamma è morta perché non mi sono comportato bene». Quando a morire è un bambino della famiglia, esiste il rischio che i fratelli e le sorelle vengano “dimenticati” nel dolore degli adulti e che il loro lutto venga sottovalutato o non riconosciuto. Non dobbiamo dimenticare che l’amore tra fratelli è una forma di amore molto particolare e profonda.

Esiste una differenza tra il lutto anticipato, ad esempio in caso di malattia, e quello causato da una perdita improvvisa?

Brigitte Greif: Una perdita improvvisa provoca uno stato di shock. Tutto sembra irreale, ci si sente disorientati, si provano emozioni estremamente intense, un dolore profondo, forse anche rabbia verso un destino percepito come ingiusto, o verso la persona scomparsa: «Perché guidava sempre così veloce?». In questi casi la grande sfida è riuscire a comprendere e accettare ciò che è accaduto. Il lutto anticipato, invece, può già prima della morte provocare una profonda stanchezza e, dopo il decesso, accanto al dolore, può portare anche un senso di sollievo: «Adesso non soffre più».

Cosa pensa di iniziative come “Vivere il lutto”, cioè dell’elaborazione del lutto in gruppo?

Brigitte Greif: La condizione fondamentale è che il gruppo sia accompagnato da persone adeguatamente formate. In questo caso può essere molto utile confrontarsi con altri oppure, per i bambini, vedere che esistono altri bambini che stanno vivendo la stessa esperienza. «Non sono solo». Questo è particolarmente importante per i figli unici, che spesso hanno soltanto adulti come interlocutori. È fondamentale, però, non costringere nessuno a partecipare. Ciò che è utile per una persona della famiglia non deve necessariamente esserlo per un’altra. Anche questo fa parte della regola fondamentale del lutto: ognuno soffre a modo suo e deve rispettare il modo di soffrire degli altri, all’interno della coppia e della famiglia. Il lutto non ha una misura unica: né nell’intensità, né nella durata, né nel modo in cui viene vissuto. A mio parere, incontri di questo tipo possono essere prematuri nelle prime fasi, ma in seguito possono risultare molto utili. Possono aiutare a prendere coscienza della propria situazione, a fare il punto della propria vita – «Dove mi trovo ora?» – ad aprirsi agli altri e, perché no, anche a concedersi una breve pausa dal dolore, un momento di respiro grazie a esperienze condivise e positive.

Il lutto deve essere vissuto consapevolmente?

Brigitte Greif: Assolutamente sì. Dobbiamo affrontarlo. Un lutto non vissuto, represso o evitato si prolunga nel tempo, non si trasforma e finisce per impedirci di ritrovare la quotidianità e la capacità di provare nuovamente piacere. Un lutto cronico può trasformarsi in depressione.

Lei dice che il lutto si trasforma?

Brigitte Greif: Sì, perché il lutto ci accompagnerà per sempre. Cresce con noi e cambia insieme a noi. Il lutto è anche un’espressione dell’amore. Un tempo si considerava il processo del lutto soprattutto come un lasciar andare, un congedarsi. Oggi si ritiene piuttosto che il lutto serva a mantenere un legame, a conservare la connessione interiore con la persona che ci è stata così vicina. Questo può avvenire attraverso rituali in particolari anniversari o attraverso dialoghi interiori. Anche dopo molti anni, e persino quando si è iniziata una nuova vita accanto a un nuovo partner. Quando una persona è stata davvero importante per noi, è impossibile dirle addio completamente. Il dolore lascia spazio al ricordo. E, anche se in una forma diversa, l’amore rimane. •

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Da una pozzanghera all’altra

Nadia Kofler – Dalla pedagogia religiosa all’accompagnamento del lutto
Ha studiato pedagogia religiosa, ma nella sua attività di accompagnamento al lutto i temi religiosi entrano in gioco solo quando vengono richiesti, quando la persona in lutto ha un legame con contenuti di carattere spirituale o religioso. Nadia Kofler è stata coinvolta in questo progetto fin dall’inizio e, insieme alla collega Gabriela Mair am Tinkhof, ha affinato progressivamente, quasi come un work in progress, il percorso delle giornate per famiglie “Vivere il lutto”.
Non è arrivata all’accompagnamento del lutto attraverso un’esperienza personale di perdita. Dopo la maturità aveva trascorso sei mesi in Kenya, presso una missione, e quanto vissuto lì non solo ha influenzato il suo percorso di studi, ma ha posto anche le prime basi anche per la sua futura attività professionale. Determinante è stato inoltre l’incontro, molto intenso, con una ragazza il cui padre era morto.
Il suo credo è che il lutto sia un'espressione costitutiva dell’essere umano: non una malattia, non una sindrome, bensì un’emozione del tutto naturale che deve poter essere vissuta e accolta. «Anche chi è triste può fare cose belle, può ridere, giocare, essere spensierato». E soprattutto, anche nel lutto – o proprio durante il lutto – è importante pensare a se stessi e ai propri bisogni, continuare a vivere. “Gli adulti attraversano il fiume del lutto a guado, i bambini saltano nelle pozzanghere.”
Nadia Kofler accompagna i bambini durante le attività a cavallo presso il maneggio di Elvas e attribuisce a questa esperienza un valore del tutto speciale. Attraverso il contatto con il cavallo i bambini possono sviluppare fiducia in sé stessi e negli altri, percependo al contempo la forza primordiale di questo animale. Fare esperienza del fatto che “ce la faccio” oppure che “insieme ce la facciamo”, ad esempio quando il padre o la madre condividono questa esperienza con loro, rappresenta un momento particolarmente prezioso.
I bambini, in particolare, devono fare esperienza del fatto che hanno diritto ai propri bisogni. Devono imparare ad avere il coraggio di esprimerli. “Nessun bambino è troppo piccolo per conoscere la verità o per vivere il lutto. È importante che i contenuti vengano trasmessi in modo adeguato alla loro età e che non vengano attribuite loro responsabilità che non possono sostenere, ad esempio: “Devi consolarmi””, sottolinea Nadia Kofler.
Al contrario, bisogna avere fiducia nella capacità del bambino di affrontare il lutto, nella sua personale e unica modalità di viverlo, e rispettarla. Anche a questo servono le giornate dedicate alle famiglie.
Il lutto deve far parte della vita, e un approccio creativo al dolore ci aiuta non a eliminarlo dalla nostra esistenza, bensì a integrarlo in modo tale che possa trasformarsi insieme a noi.