Tema
Tra il nulla e il tutto
Moritz Graf si era ammalato di leucemia a 17 anni – ricaduta e trapianto – studi di medicina

A 17 anni si è spensierati, si pensa a uscire con gli amici, a divertirsi e si fanno progetti per il futuro. Per Moritz Graf, invece, da un giorno all’altro tutto è cambiato. Oggi ha 26 anni e vive pienamente la sua vita. Una vita segnata da due esperienze di malattia.
Da alcuni mesi le sue prestazioni sportive erano diminuite, a volte si sentiva stanco. Ad un certo punto compare una febbre alta chi farmaci non riescono a controllare. Ricovero immediato all’ospedale di Silandro e dopo cinque giorni il trasferimento a Bolzano. “Mi sentivo tra il nulla e il tutto”, ricorda oggi Moritz Graf. A Bolzano viene eseguita una biopsia del midollo osseo. Diagnosi: leucemia linfoblastica acuta. Era il 2017.
All’inizio non riusciva a dare un senso a tutto questo. “A 17 anni non hai alcun rapporto con la parola cancro, al massimo la associ alla morte. In quel primo momento non sono riuscito a pensare a nulla, poi nella notte è arrivata la paura.” Il colloquio con i medici però è positivo: c'è speranza. Parlano di un 80–90% di possibilità di guarigione. “Questo mi ha dato forza!” Seguirono esami e chemioterapia. Cinque settimane in ospedale. Prima in una stanza normale, poi, quando la chemioterapia fa crollare drasticamente i globuli bianchi, in una stanza di isolamento. Fondamentali per lui, ricorda Moritz, sono stati la famiglia – suo padre lo visitava ogni giorno dopo il lavoro – i contatti con gli amici e l’incredibile empatia e cura di tutte le persone che lavoravano in Ematologia e che lo accompagnavano quotidianamente: dal personale delle pulizie agli infermieri, fino ai medici.
Tra un ciclo di chemioterapia e l’altro aveva il permesso di tornare a casa. Un altro livello di recupero: passeggiate, il calore della famiglia, perfino un po’ di corsa. Niente però era come prima: tutto era segnato dalla prudenza — distanza, attenzione al cibo, paura delle infezioni. “A causa del cortisone avevo sempre fame e dormivo male, ero costantemente su di giri, avevo il viso gonfio, a volte la gente non mi riconosceva.” Poi arriva la seconda chemio e Moritz trascorre di nuovo lunghe settimane in ospedale, in totale aplasia.
Nella primavera del 2018 ha il permesso di tornare a scuola, con la mascherina. Riesce a concludere l’anno scolastico e a giugno 2018 termina la fase "dura" della terapia. Segue un anno e mezzo di terapia di mantenimento. Un periodo in cui Moritz quasi si dimentica della malattia. Riprende a fare atletica leggera e a partecipare alle gare, anche se a un livello diverso. Conclude la quarta e la quinta superiore. Passa la maturità e, dopo non aver superato il test di ammissione a Medicina a Innsbruck, decide di iscriversi ad architettura, vivendo lì in un appartamento condiviso con un amico e godendosi una vita del tutto “normale”, interrotta solo dalle visite di controllo.
Due settimane dopo l’inizio della pandemia di Covid-19, mentre fa sport in casa scopre piccole petecchie sulla caviglia. “Ho capito subito che era tornata!” Era sabato. Una telefonata all’Ematologia di Bolzano, che lo invia immediatamente alla clinica universitaria di Innsbruck. Già al pronto soccorso gli comunicano la diagnosi; ricovero immediato. E stavolta tutto era diverso rispetto alla prima volta. “Tutto mi è sembrato da subito molto peggio, molto più grave, anche perché ne sapevo di più!” Sale l'angoscia: cosa succede adesso?
Moritz Graf viene riportato a Bolzano. “Conoscevo tutto lì, ma l’atmosfera era completamente diversa. Comunicazione ridotta al minimo, misure di precauzione ancora più rigorose. Nell’aria c’era paura: il Covid.”
Un altro percorso terapeutico: trapianto di midollo osseo. I medici avevano già cercato un donatore nel 2017 e ne avevano trovato uno in Brasile, nel caso in cui la chemio non avesse funzionato. Ma non era compatibile al 100%. Troppo rischioso. Restava la famiglia, e la scelta cadde sul padre. A fine marzo il via alla terapia. Moritz però non risponde bene come la prima volta; oltre alla chemio viene sottoposto anche ad una terapia con anticorpi. Cinque giorni prima del trapianto, poi, l'irradiazione totale del corpo a Padova, quindi l'isolamento. Si sentiva relativamente bene. Per il momento.
Anche la stanza di isolamento era diversa. I contatti, anche con i medici, solo tramite videocamera. Quando gli portavano il cibo o pulivano la stanza, doveva chiudersi in bagno. “Ero completamente isolato.”
Il trapianto è una semplice trasfusione. Impossibile dimenticare la data, era l’8 agosto 2020. Nei primi due giorni tutto bene. Poi la mazzata. “Sono rimasto per più di due settimane in una fase acuta. Stavo peggio che in qualsiasi altro momento della mia vita. La bocca piena di lesioni. Infezioni. Dubitavo che ne valesse la pena, pensavo di non farcela più. Volevo solo che finisse.” Dopo cinque settimane i primi, quasi impercettibili, miglioramenti “Ero molto provato, completamente dipendente dagli altri.” Moritz viene dimesso. Era estremamente debole. E aveva paura: il Covid. Dopo dieci giorni arriva una reazione acuta di rigetto, la complicanza più temuta. Di nuovo a Bolzano. “Era un altro livello della malattia. Eruzione cutanea. Un’infezione addominale e dolori terribili. Farmaci su farmaci. Ero sempre solo nella stanza di isolamento. Solo con i miei pensieri, con il dolore. A un certo punto la mia testa ha detto basta. Non voglio più continuare.” Grazie all’aiuto della psico-oncologa, si va però al contrattacco. Moritz impara a gestire quei momenti acuti. Sviluppa strategie di sopravvivenza.
Aveva soprattutto bisogno di pazienza. Doveva reimparare persino a camminare. “A gennaio ero tornato ad un livello di vita accettabile.” Ma la vita "vera"è un'altra cosa. Moritz Graf non è più fresco come dopo la prima malattia. E non lo sarà più. Fa sport, ma a un altro livello. “Ho dovuto imparare a conviverci. Capire e accettare il mio corpo, accettare i miei limiti fisici e psicologici. Le folle non fanno più per me, una certa prudenza mi è rimasta addosso. Ho interessi diversi rispetto ai miei coetanei. Ho un rapporto speciale con la mia famiglia, nato dalla forza che ci ha uniti, da tanti momenti di dialogo e di silenzio condiviso.”
Oggi Moritz Graf ha chiuso con la malattia. Due volte all’anno torna la paura, quando va ai controlli. L’ottavo piano dell’ospedale di Bolzano è per lui qualcosa di familiare. Quando va alle visite, passa sempre a salutare. Quasi una famiglia.
Vive ad Amburgo con la sua ragazza, studia Medicina al sesto anno e forse farà la specializzazione in Ematologia o Oncologia. Si sente in forma, in modo diverso. Niente più mentalità competitiva. Ha dovuto riequilibrare la sua nuova vita. Ritrovare nuove sicurezze. Accettare i limiti.
L'anno scorso ha superato i cinque anni dalla fine della malattia, un traguardo importante. La leucemia oggi non fa più parte della sua quotidianità, anche se lo ha segnato in profondità e, in qualche modo, ha ipotecato il suo futuro. Come medico, dice, ha un modello: il team di Ematologia. Nel rapporto con i pazienti lo distingue una sensibilità particolare. Vede la vita da un’altra prospettiva rispetto ai giovani della sua età, conosce il suo valore, la sua fragilità, quanto velocemente tutto possa cambiare. Ha perso compagni di percorso durante la malattia. Persone, pochi anni più grandi di lui, che non ce l’hanno fatta. È più riflessivo, ha una percezione diversa. “Mi prendo il tempo, rimango cinque secondi in più a guardare qualcosa. E mi sento grato!”
All’inizio non riusciva a dare un senso a tutto questo. “A 17 anni non hai alcun rapporto con la parola cancro, al massimo la associ alla morte. In quel primo momento non sono riuscito a pensare a nulla, poi nella notte è arrivata la paura.” Il colloquio con i medici però è positivo: c'è speranza. Parlano di un 80–90% di possibilità di guarigione. “Questo mi ha dato forza!” Seguirono esami e chemioterapia. Cinque settimane in ospedale. Prima in una stanza normale, poi, quando la chemioterapia fa crollare drasticamente i globuli bianchi, in una stanza di isolamento. Fondamentali per lui, ricorda Moritz, sono stati la famiglia – suo padre lo visitava ogni giorno dopo il lavoro – i contatti con gli amici e l’incredibile empatia e cura di tutte le persone che lavoravano in Ematologia e che lo accompagnavano quotidianamente: dal personale delle pulizie agli infermieri, fino ai medici.
Tra un ciclo di chemioterapia e l’altro aveva il permesso di tornare a casa. Un altro livello di recupero: passeggiate, il calore della famiglia, perfino un po’ di corsa. Niente però era come prima: tutto era segnato dalla prudenza — distanza, attenzione al cibo, paura delle infezioni. “A causa del cortisone avevo sempre fame e dormivo male, ero costantemente su di giri, avevo il viso gonfio, a volte la gente non mi riconosceva.” Poi arriva la seconda chemio e Moritz trascorre di nuovo lunghe settimane in ospedale, in totale aplasia.
Nella primavera del 2018 ha il permesso di tornare a scuola, con la mascherina. Riesce a concludere l’anno scolastico e a giugno 2018 termina la fase "dura" della terapia. Segue un anno e mezzo di terapia di mantenimento. Un periodo in cui Moritz quasi si dimentica della malattia. Riprende a fare atletica leggera e a partecipare alle gare, anche se a un livello diverso. Conclude la quarta e la quinta superiore. Passa la maturità e, dopo non aver superato il test di ammissione a Medicina a Innsbruck, decide di iscriversi ad architettura, vivendo lì in un appartamento condiviso con un amico e godendosi una vita del tutto “normale”, interrotta solo dalle visite di controllo.
Due settimane dopo l’inizio della pandemia di Covid-19, mentre fa sport in casa scopre piccole petecchie sulla caviglia. “Ho capito subito che era tornata!” Era sabato. Una telefonata all’Ematologia di Bolzano, che lo invia immediatamente alla clinica universitaria di Innsbruck. Già al pronto soccorso gli comunicano la diagnosi; ricovero immediato. E stavolta tutto era diverso rispetto alla prima volta. “Tutto mi è sembrato da subito molto peggio, molto più grave, anche perché ne sapevo di più!” Sale l'angoscia: cosa succede adesso?
Moritz Graf viene riportato a Bolzano. “Conoscevo tutto lì, ma l’atmosfera era completamente diversa. Comunicazione ridotta al minimo, misure di precauzione ancora più rigorose. Nell’aria c’era paura: il Covid.”
Un altro percorso terapeutico: trapianto di midollo osseo. I medici avevano già cercato un donatore nel 2017 e ne avevano trovato uno in Brasile, nel caso in cui la chemio non avesse funzionato. Ma non era compatibile al 100%. Troppo rischioso. Restava la famiglia, e la scelta cadde sul padre. A fine marzo il via alla terapia. Moritz però non risponde bene come la prima volta; oltre alla chemio viene sottoposto anche ad una terapia con anticorpi. Cinque giorni prima del trapianto, poi, l'irradiazione totale del corpo a Padova, quindi l'isolamento. Si sentiva relativamente bene. Per il momento.
Anche la stanza di isolamento era diversa. I contatti, anche con i medici, solo tramite videocamera. Quando gli portavano il cibo o pulivano la stanza, doveva chiudersi in bagno. “Ero completamente isolato.”
Il trapianto è una semplice trasfusione. Impossibile dimenticare la data, era l’8 agosto 2020. Nei primi due giorni tutto bene. Poi la mazzata. “Sono rimasto per più di due settimane in una fase acuta. Stavo peggio che in qualsiasi altro momento della mia vita. La bocca piena di lesioni. Infezioni. Dubitavo che ne valesse la pena, pensavo di non farcela più. Volevo solo che finisse.” Dopo cinque settimane i primi, quasi impercettibili, miglioramenti “Ero molto provato, completamente dipendente dagli altri.” Moritz viene dimesso. Era estremamente debole. E aveva paura: il Covid. Dopo dieci giorni arriva una reazione acuta di rigetto, la complicanza più temuta. Di nuovo a Bolzano. “Era un altro livello della malattia. Eruzione cutanea. Un’infezione addominale e dolori terribili. Farmaci su farmaci. Ero sempre solo nella stanza di isolamento. Solo con i miei pensieri, con il dolore. A un certo punto la mia testa ha detto basta. Non voglio più continuare.” Grazie all’aiuto della psico-oncologa, si va però al contrattacco. Moritz impara a gestire quei momenti acuti. Sviluppa strategie di sopravvivenza.
Aveva soprattutto bisogno di pazienza. Doveva reimparare persino a camminare. “A gennaio ero tornato ad un livello di vita accettabile.” Ma la vita "vera"è un'altra cosa. Moritz Graf non è più fresco come dopo la prima malattia. E non lo sarà più. Fa sport, ma a un altro livello. “Ho dovuto imparare a conviverci. Capire e accettare il mio corpo, accettare i miei limiti fisici e psicologici. Le folle non fanno più per me, una certa prudenza mi è rimasta addosso. Ho interessi diversi rispetto ai miei coetanei. Ho un rapporto speciale con la mia famiglia, nato dalla forza che ci ha uniti, da tanti momenti di dialogo e di silenzio condiviso.”
Oggi Moritz Graf ha chiuso con la malattia. Due volte all’anno torna la paura, quando va ai controlli. L’ottavo piano dell’ospedale di Bolzano è per lui qualcosa di familiare. Quando va alle visite, passa sempre a salutare. Quasi una famiglia.
Vive ad Amburgo con la sua ragazza, studia Medicina al sesto anno e forse farà la specializzazione in Ematologia o Oncologia. Si sente in forma, in modo diverso. Niente più mentalità competitiva. Ha dovuto riequilibrare la sua nuova vita. Ritrovare nuove sicurezze. Accettare i limiti.
L'anno scorso ha superato i cinque anni dalla fine della malattia, un traguardo importante. La leucemia oggi non fa più parte della sua quotidianità, anche se lo ha segnato in profondità e, in qualche modo, ha ipotecato il suo futuro. Come medico, dice, ha un modello: il team di Ematologia. Nel rapporto con i pazienti lo distingue una sensibilità particolare. Vede la vita da un’altra prospettiva rispetto ai giovani della sua età, conosce il suo valore, la sua fragilità, quanto velocemente tutto possa cambiare. Ha perso compagni di percorso durante la malattia. Persone, pochi anni più grandi di lui, che non ce l’hanno fatta. È più riflessivo, ha una percezione diversa. “Mi prendo il tempo, rimango cinque secondi in più a guardare qualcosa. E mi sento grato!”

