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"Faccia il caffè, è una donna"

// Tilia //
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Così si è sentita dire una manager durante una riunione dal proprio superiore. E da quel momento è diventato compito suo, un’abitudine. Quando ho letto questa storia mi è sembrato di essere finita dentro una serie ambientata negli anni Sessanta. E invece no. Ma questa non è stata l’unica discriminazione nei suoi confronti: frasi dette dal superiore che la denigravano in quanto donna e poi un licenziamento mentre era incinta. A pochi giorni dalla scorsa Giornata internazionale dei diritti delle donne, il giudice del lavoro di Treviso ha messo un punto alla vicenda, riconoscendo le molestie discriminatorie subite. Il tribunale ha annullato il licenziamento, ordinando il reintegro della dirigente e stabilendo un risarcimento per “danno da discriminazione” di 50mila euro.
Fa un certo effetto constatare che nel 2026 serva ancora un tribunale per stabilire che una dirigente non è l’addetta al caffè. Più che una questione di diritto del lavoro, la vicenda sembra riportarci a quel misterioso legame che, nell’immaginario di qualcuno, continuerebbe a unire cromosoma X e macchina del caffè. Perché, ancora oggi, una donna che arriva ai piani alti deve temere che qualcuno le ricordi il suo “posto” con una tazzina?
Ci auguriamo che questo sia un caso limite e isolato. Ma i dati non permettono di sentirsi troppo tranquille. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT sugli stereotipi di genere tra ragazze e ragazzi, alcune convinzioni restano radicate tra i giovani: l’idea che per le ragazze sia più importante risultare belle, che gli uomini siano meno adatti alle faccende domestiche, che i ragazzi abbiano più talento nelle discipline scientifiche e tecnologiche e che il successo professionale conti di più per un uomo che per una donna. Opinioni che spesso circolano come luoghi comuni innocui, ma che in realtà contribuiscono a rafforzare dinamiche discriminatorie e a rallentare il percorso verso una reale parità.
La sentenza di Treviso rappresenta certamente una vittoria, non sempre, però, le discriminazioni sono così evidenti. Spesso assumono forme più sottili: esclusione da incarichi importanti, svuotamento progressivo delle responsabilità, svalutazione del proprio lavoro. E rivolgersi a un giudice non è semplice: servono risorse economiche, tempo, energia. Senza contare che molte lavoratici e lavoratori (precari, stagisti, autonomi) hanno tutele molto più fragili. Da qualche parte, dunque, c’è ancora chi rischia di sentirsi dire “porta il caffè perché sei donna”, sapendo di non avere davvero la possibilità di rispondere.

3 Fragen an…?

Anna Holzknecht

1. Rollenbilder: Warum prägen sie unser Denken noch immer?
Sie prägen unser Denken, weil wir sie von Kindheit an lernen. Sie geben Orientierung und Sicherheit, wirken jedoch meist unbewusst weiter. Medien, Familie und Gesellschaft bestätigen sie ständig – so bleiben sie tief in unserem Denken verankert.
2. Der Equal Pay Day zeigt eine Lohnlücke. Was muss sich ändern?
Es braucht gleiche Bezahlung für gleichwertige Arbeit, transparente Gehaltsstrukturen und bessere Vereinbarkeit von Familie und Beruf. Zudem dürfen Care-Arbeit und Teilzeit nicht länger zu Nachteilen führen. Strukturelle Benachteiligungen gehören konsequent abgebaut.
3. Womit beschäftigt sich Ihre Arbeitsgruppe aktuell?
Wir beschäftigen uns mit den Aktionen rund um den Equal Pay Day: Wir bestimmen und erarbeiten die Dokumente für die roten Taschen, wir organisieren die öffentliche Konferenz, die am 8. April stattfindet und einen Flashmob für den Equal Pay Day am 17. April 2026.
* Anna Holzknecht ist Koordinatorin der AG Wirtschaft, Arbeit, Finanzen und Vereinbarkeit im Landesbeirat für Chancengleichheit